Bring Back Our Girls tre anni dopo: che fine hanno fatto le ragazze rapite a Chibok?

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Sono passati esattamente tre anni dal rapimento delle 276 liceali dalla scuola di Chibok, città del Nord-Est della Nigeria, per mano di combattenti dell’organizzazione terroristica islamista Boko Haram. Nell’arco di questi anni l’inerzia delle autorità nigeriane non ha sopito la determinazione della società civile per far tornare le ragazze che mancano. Genitori, avvocati, organizzazioni internazionali e celebrità hanno contribuito a formare un movimento che trascende le frontiere nazionali e dà vita ad un campagna che porta l’hashtag #BringBackOurGirls, in italiano “ridateci le nostre ragazze”, e ha come obiettivo quello di mantenere vivo l’impegno da parte del governo nel continuare a negoziare con il gruppo terroristico e a risolvere la crisi che imperversa nel Paese da più di 7 anni. Tentiamo di capire come e quando nasce questa organizzazione terroristica e perché ha preso di mira proprio un gruppo di studentesse.

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Le ragazze rapite in un video reso pubblico da Boko Haram

Boko Haram: cosa sappiamo di questa organizzazione terroristica?

Il gruppo terroristico africano Boko Haram –  il cui nome ufficiale in arabo è “Jama’at Ahl al-Sunnah Lidda’Awat al-Jihad”, cioè “persone impegnate per la propagazione degli insegnamenti del profeta e per la jihad”— nasce nel 2002 ad opera di Mohamed Yusuf a Maiduguri, nello stato del Borno, nella regione nord-orientale della Nigeria. Il gruppo mira alla creazione di uno stato islamico che comprenda alcuni dei paesi limitrofi, in collaborazione con altre organizzazioni attive nella zona come Al-Qaida e Daesh.

Si oppone alla cultura occidentale considerata una minaccia per la fede e la cultura islamica. Il loro stesso nome, Boko Haram, viene da una locuzione hausa, lingua parlata prevalentemente nel nord della Nigeria e in Niger, nella quale “boko”, traducibile come “educazione occidentale” e “haram” dall’arabo “peccato” o “vietato” declinati insieme, vogliono avere il significato di “l’educazione occidentale è peccato”. Nel 2009, in seguito a una violenta repressione da parte dell’esercito nigeriano, il gruppo ha adottato la strategia del terrore per perseguire i propri obiettivi:  attacca quindi i villaggi, uccidendo e seminando panico tra i civili. I rapimenti di persone, in particolare di ragazze, donne e bambini sono diventati la routine. Il caso delle studentesse di Chibok rappresenta un vero e proprio punto di svolta per Boko Haram: per la prima volta, infatti, la notizia di un’offensiva da parte del gruppo ha superato i confini nazionali e ha risvegliato un sentimento di indignazione forte.

Il rapimento delle 276 liceali di Chibok

Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014, un centinaio di uomini di Boko Haram hanno fatto irruzione nella scuola di Chibok, nello stato del Borno, portando via 276 studentesse che si trovavano lì per sostenere un esame che avrebbe dovuto avere luogo il giorno seguente. I combattenti hanno radunato le ragazze e ordinato loro di prendere con sé solo un velo per coprire il capo e le scarpe, per salire a bordo dei camion che le avrebbero portate nei diversi campi dislocati nella foresta di Sambisa, roccaforte dell’organizzazione terroristica. I combattenti, hanno raccontato alcune ragazze riuscite a scappare, hanno detto loro che studiare è vietato, è “haram”. La loro colpa era quella di esercitare un diritto, che è il diritto all’istruzione, negato purtroppo ancora a troppe ragazze e bambine nel mondo.

In quei momenti di terrore e panico, molte di loro hanno deciso di scappare anche a costo di perdere la vita.  La BBC Hausa, ha voluto raccontare la storia di tre ragazze, Lami, Maria e Hajara, attraverso un film d’animazione. Non hanno scelto di realizzare un cortometraggio “reale” per evitare di dover esporre le attrici a ritorsioni da parte dei terroristi. Lami e Maria, hanno deciso di saltare dal camion che le trasportava e a nascondersi nella foresta. Mentre Hajara e un’altra ragazza sono scappate una volta arrivate al campo.

Alcune settimane dopo il rapimento, è apparso un video in cui il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, dichiarava di aver rapito le ragazze e che per volere di Allah le avrebbe vendute come schiave o le avrebbe date in sposa ai suoi uomini. In altri video diffusi in seguito, si vedono le ragazze sedute per terra col capo coperto a recitare parti del Corano. Da quanto è stato possibile raccogliere, il destino di molte di loro è stato quello di diventare mogli dei membri del gruppo, vendute come schiave o trasformarsi essere stesse in combattenti al servizio degli islamisti. Le ragazze dovevano imparare a sparare oppure ad appiccare incendi. Alcune di loro hanno partecipato all’attacco di villaggi insieme agli uomini di Boko Haram.

Dopo tre anni: quante mancano all’appello?

Delle 276 ragazze, riporta sul proprio sito Amnesty International, 57 sono scappate nei primi mesi, ma altre 219 mancavano all’appello. E sono proprio loro le “girls” di cui la comunità internazionale chiede la liberazione da tre anni. La prima delle 219 studentesse tratta in salvo è stata Amina Ali, trovata a maggio del 2016 nella foresta mentre raccoglieva legna. Ad ottobre 2016, dopo 4 mesi, altre 21 ragazze sono state rilasciate in seguito a dei negoziati condotti da ufficiali svizzeri con Boko Haram. Ma altre 195 ragazze continuano a rimanere nelle mani dei combattenti e nessuno ha notizie precise su dove esse si trovino e cosa siano costrette a subire. È difficile reperire informazioni attendibili in quanto il governo è restìo a rilasciare dichiarazioni al riguardo e le vittime non riescono a parlare, sia per i forti traumi subiti che per paura di ritorsioni per mano degli uomini di Boko Haram. Il presidente in carica, Muhammadu Buhari, afferma che il governo nigeriano ottiene buoni risultati nel combattere il gruppo estremista e che le negoziazioni per il ritorno delle ragazze rapite sono in corso.

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La campagna di “Bring Back Our Girls”: chi la promuove e la sostiene

Dopo il 14 aprile 2014 è nata una campagna internazionale, “Bring Back Our Girls”, con lo scopo di fare pressione sul governo e sull’opinione pubblica per dare maggiore impulso alle ricerche delle ragazze. Un gruppo di genitori e volontari si occupa di coordinarla e di aggiornare la situazione pubblicando notizie e organizzando incontri come quelli tenutisi in occasione dei 100, 600 e 1000 giorni dalla scomparsa delle studentesse. L’hashtag #BringBackOurGirls, coniato da un avvocato nigeriano si è diffuso rapidamente in tutto il mondo. Diverse celebrità e personaggi politici hanno aderito alla campagna. Tra questi vi sono Michelle Obama, che  in un video ha manifestato il suo appoggio ai genitori delle ragazze rapite e ha affermato che suo marito, l’allora presidente in carica Barack Obama, avrebbe contribuito alla ricerca delle ragazze. Malala Yousafzai, Premio Nobel per la pace e attivista che si impegna per l’affermazione dei diritti civili e in particolare del diritto all’istruzione in Pakistan, ha denunciato il divieto imposto da Boko Haram all’istruzione delle donne e ha aderito alla campagna.

Ritornare dopo essere state “Boko Haram wife”

La storia delle ragazze rapite è stata anche raccontata in diversi modi. La scrittrice, Helon Habila, originaria del nord-est della Nigeria, ha incontrato i genitori delle ragazze rapite e ha raccolto le loro storie nel libro “The Chibok Girls. The Boko Haram Kidnappings and Islamist Militancy in Nigeria”. La comunità locale non rimane indifferente all’accaduto e prova ad aiutare le ragazze che fanno ritorno a casa. Tuttavia, le difficoltà che devono affrontare sono tante e di varia natura.

Il loro trauma non sparisce nel momento in cui riescono a scappare. L’Alto consulente per la costruzione della pace in Nigeria, Kimairis Toogood, afferma che la comunità non ha fiducia nelle ragazze che fanno ritorno. Le persone pensano che esse siano ancora sotto l’influenza di Boko Haram e che possano attaccarle in qualsiasi momento. Le ragazze vengono spesso aggredite ed insultate. “International Alert in Nigeria” e altri gruppi locali lavorano affinché le città accettino le ragazze e abbiano fiducia in loro: formano i leader religiosi del posto affinché possano offrire supporto alle ragazze; organizzano incontri nel corso dei quali le ragazze possono raccontare le loro storie e partecipare a diverse attività includendo quelle di cura dei propri bambini. Si dà spazio alla propria esperienza e quella delle altre ragazze che sono ancora nelle mani del gruppo terroristico. Il senso di colpa è grande. Ma loro non perdono la speranza. Così come anche i genitori che con tanta tenacia continuano a richiedere il rilascio delle loro figlie.

Oggi il movimento “Bring Back Our Girls” rivolge richieste di preghiera a tutte le comunità religiose del Paese, comprese quelle musulmane e cristiane. Il governo nigeriano ha accettato il supporto militare e di intelligence offerto dagli Stati Uniti, Regno Unito e Francia per cercare le ragazze. Un reparto di oltre 8700 militari provenienti da Cameroon, Chad, Niger e Nigeria, è impegnato dallo scorso luglio nel contenere le azioni offensive e d’assalto del gruppo terroristico aiutando a liberare le persone dalle sue mani. Su questo versante, l’impegno del governo non è irrilevante, ma potranno le negoziazioni portare al rilascio di tutte le ragazze ancora nelle mani di Boko Haram? Il governo nigeriano si mostra aperto e  chiede che il gruppo presenti dei leaders credibili con i quali portare avanti i negoziati, dai quali dipende il ritorno delle 195 ragazze rapite a Chibok.

Ala Jalba

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Autore: Socialnews

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