Manchester, come la musica risponde alla minaccia dell’ISIS

“Non molleremo, non vivremo nella paura. Non lasceremo che tutto questo ci divida. Non lasceremo vincere l’odio. La nostra risposta a questa violenza deve essere lo stare più vicini, aiutarci, amarci di più, cantare più forte e vivere con più gentilezza e generosità di quanto abbiamo fatto finora”. Con questo messaggio la cantante americana Ariana Grande ha annunciato il concerto One Love Manchester a soli dieci giorni di distanza dalla morte di 22 persone, di cui 12 bambini, proprio alla fine di un suo concerto nella città inglese.

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Prima l’attentato al Bataclan, poi quello a Manchester e nei nightclub Pulse di Orlando e Reina di Istanbul. Perché l’ISIS colpisce proprio la musica e i concerti? Le ragioni sembrano essere molteplici. Da una parte il ripudio per una musica ritenuta dai fondamentalisti frivola e “sconcia” che viene condannata dalla Sharia, dall’altra l’opportunità di colpire la fascia più giovane della popolazione in un momento di gioia e spensieratezza. Attacchi che però non scoraggiano i musicisti di ogni parte del mondo.

Quale musica è considerara sacrilega?

La questione della musica nella religione musulmana è un tema alquanto controverso. La musica è haram, ovvero proibita? Non proprio, infatti non tutti i generi sono vietati, anzi la maggior parte non viene considerata proibita. Persino l’ISIS ne ammette alcune forme, come quella costituita dal solo canto, detta “nasheed”, che si può evolvere in canzoni rap senza base musicale. Gli strumenti però, dalla chitarra alle percussioni, vengono considerati dagli estremisti come profani. Non c’è da stupirsi che la musica “occidentale” rappresenti per i militanti dell’Isis ciò che più si avvicina alla canzone sacrilega, soprattutto se viene condita anche da testi “provocanti” o allusivi.

Il comunicato di rivendicazione dell’attentato di Manchester da parte dell’Isis parla espressamente di uno “stadio svergognato”. É credo dei fondamentalisti islamici, infatti, che la musica corrompa gli animi e istighi ad uno stile di vita lontano dalla religione. Sicuramente la censura della musica fa parte di un più ampio progetto di distruzione culturale. Lo sfregio delle antiche vestigia di Palmira e il rogo di libri delle biblioteche di Mosul da parte dello Stato Islamico lasciano intendere la medesima volontà di annientare qualsiasi cosa che non rispetti la parola di Dio secondo l’interpretazione dell’Isis.

Dagli U2 ad Ariana Grande: la risposta degli artisti agli attentati

I musicisti, in seguito agli attentati, hanno sempre espresso un sentimento di solidarietà. Oltre ai messaggi sui social network, alcuni artisti si sono uniti per dimostrare la propria forza di fronte alla minaccia jihadista.

“Questo è il primo colpo diretto alla musica che abbiamo subito nella cosiddetta guerra al terrore”, ha detto il cantante degli U2 Bono all’indomani della strage che ha ucciso 90 persone al Bataclan di Parigi nel 2015.

Come dopo l’11 settembre, gli U2 hanno risposto agli attacchi nella capitale francese con un concerto, questa volta assieme agli Eagles of Death Metal, la band che stava suonando in occasione dell’attentato.
“Le voci meno importanti stasera erano quelle sul palco, perché più di ogni altra notte, ciò che importava non era la melodia, ma era l’armonia. Stasera erano insieme, cristiani ed ebrei, musulmani e indù, bianchi e neri, giovani e vecchi. Persone di diverse fedi. E gente con nessuna. I nostri nemici lo odiano. E questo ci piace. A proposito i fondamentalisti sono anche i nemici dell’Islam, una bella religione che è stata distorta da pochi, proprio come i crociati hanno contorto e abusato il cristianesimo mille anni fa. È il momento per abbracciare veramente i nostri fratelli e sorelle musulmani.

Il brano “Where is the love?” dei Black Eyed Peas, nato dopo l’11 settembre è stato inciso nuovamente dopo 13 anni: oggi come allora la canzone è un inno contro guerra, corruzione, razzismo e terrorismo, che propone un ipotetico dialogo con Dio per chiedergli “dov’è l’amore?”. La canzone vanta la collaborazione di molti artisti, sportivi e attori (Justin Timberlake, Mary J. Blige, Quincy Jones, Snoop Dogg, Kareem Abdul Jabbar, Jamie Foxx, Usher, Vanessa Hudgens e molti altri) uniti per lanciare un messaggio di pace ed unione.

“Mi ricordo quando ci sono stati gli attentati a Parigi, la gente diceva “Ci serve ancora Where is the love?” E poi ci sono stati il Belgio, la Turchia, Orlando e Dallas. Tutti quanti ci chiamavano e dicevano “Ci serve di nuovo quella canzone”, ha dichiarato Will.i.am.

Per i componenti del gruppo Eagles of Death Metal non è stato facile superare il trauma emotivo di quel 13 novembre 2015. Eppure hanno cercato di dare un messaggio positivo ai propri fan e più in generale a chi ama la musica tornando a suonare nel teatro della strage. Il cantante Jesse Hughes ha dichiarato: “Il Rock and Roll per me è sempre stato divertente e non ho intenzione di lasciare che qualcuno lo porti via da me o dai miei amici. Penso che questo sia ciò che dobbiamo davvero fare, divertirci insieme così da lasciarci alle nostre spalle un po’ di tutto questo e in modo che non ci perseguiti per il resto della nostra vita.”

One Love Manchester, sullo stesso palco

A pochi giorni di distanza dall’attentato a Manchester durante uno spettacolo di Ariana Grande che è costato la vita a 22 persone, l’artista ha deciso che era il momento di fare qualcosa. Così ha organizzato un concerto nella stessa città con lo scopo di raccogliere fondi per le famiglie delle persone scomparse quel giorno. Un gesto concreto oltre che simbolico. Molti gli artisti che hanno aderito al One Love Manchester: Black Eyed Peas, Coldplay, Miley Cyrus, Marcus Mumford, Niall Horan, Little Mix, Katy Perry, Take That, Imogen Heap, Pharrell Williams, Robbie Williams, Liam Gallagher e Justin Bieber.

A Manchester ha prevalso la volontà di andare avanti. “Dopo i fatti di Londra, il concerto non solo si fa, ma per uno scopo ancora più grande”, ha dichiarato prima del concerto il manager di Ariana, Scooter Braun. “Sarà un messaggio per rispondere all’odio e alla paura: non vincerete mai. Non dobbiamo aver paura e in tributo a quanti sono stati colpiti qui ma anche nel mondo, metteremo insieme le nostre voci e canteremo ancora più forte”. Lo spettacolo ha riscosso molto successo ed è stato trasmesso in simulcast in varie parti del mondo (in Italia da Rai 4 e Rai 1) dando così ancora maggior risonanza all’iniziativa.

“Grazie. Voglio ringraziarvi per essere venuti e essere così amorevoli, forti e uniti. Vi voglio bene e penso che il tipo di amore e unità che stiamo mostrando sia la medicina di cui il mondo ha veramente bisogno ora”. Così Ariana Grande si rivolge alle oltre 50mila persone presenti all’Old Trafford Cricket Ground di Manchester. Gli slogan “Rimaniamo uniti” e “Non abbiamo paura” sono tutt’altro che scontati. Il messaggio promosso dagli artisti e dalle persone che hanno partecipato ai concerti è chiaro: le ideologie di fratellanza e pace vinceranno sempre su quelle di odio e guerra. La musica non risolve il dolore del mondo ma è un potente mezzo di unione e solidarietà, come ci ha dimostrato Grande.

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Autore: Giada Stevanato


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