Nella prigione di Evin, Iran, dove parlare costa la vita

Peter Beneson, fondatore di Amnesty International, parla per la prima volta di prigioniero di coscienza in un articolo pubblicato nel 1961, “The Forgotten Prisoners”. Con questo termine si voleva dare un nome a quel macabro cliché secondo cui le persone che esprimono un’opinione personale in maniera pacifica e nonviolenta contro, ad esempio, un governo, vengono imprigionate. La causa dell’arresto non è un reato comune e riconosciuto, come omicidio o furto, ma una colpa più sottile, meno tangibile, ma con un’evidente risonanza.

Ciò che emergeva dall’analisi di Beneson era, dunque, un reato nuovo e peculiare per cui c’era bisogno di un “nuovo” nome. Da qui nascono i prigionieri di coscienza. Come una casta, con prigioni a loro dedicate in cui avvengono le torture più inimmaginabili al fine di cambiare la loro visione del mondo, inculcare concetti e nozioni dettate dall’alto del governo, da ciò che si ritiene sacro. Prigioni da cui, se va bene, si esce con fratture varie, gravi problemi di salute agli organi principali. Oppure, nei casi più diffusi, non si esce più. Per le torture, per le conseguenze delle torture, oppure perché si sceglie che quella più di quello non si può sopportare, e allora meglio morire.

Sembra un racconto dell’orrore degno dell’Olocausto, una storia sepolta nel passato. Invece accade in Iran, oggi, in varie prigioni. Ma la più famosa, alla stregua di Guantanamo, è la prigione di Evin, a Teheran. Qui vengono rinchiusi giornalisti iraniani e stranieri, blogger, attivisti, studenti, registi, scrittori. Chiunque abbia in qualche modo espresso la propria idea contro il governo reggente, contro il presidente. Chiunque abbia raccontato la realtà di una città che soffre a causa di una limitazione sempre più forte della libertà di pensiero, libertà di stampa, libertà d’informazione e di informare. Interessante il fatto che con il presidente Rouhani si credeva di accedere finalmente ad un cambiamento epocale nella storia dell’Iran, dopo i disastrosi mandati di Ahmadinejad. Invece le sue promesse di una maggiore libertà di stampa si sono dissolte nel vento. A dimostrarlo sono le frequenti punizioni ‘esemplari’ a cui va incontro chi si espone contro il regime o chi viola la legge in qualche modo, i siti e i blog oscurati periodicamente. Il cambiamento promesso, avvolto da un’illusione di maggiore libertà per il popolo iraniano, si è trasformato in brusca disillusione e continuità di una soppressione mai conclusa.

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C’è però da sottolineare una cosa fondamentale: la vera “vittima”, in questo caso, è il governo. Quando il governo usa le maniere forti come la repressione e la violenza, è perché ha paura. Ha paura della verità, ha paura di far sapere al mondo come sia marcia l’atmosfera che si respira all’interno di città bellissime, violentate ripetutamente. Fanno paura le parole che possono distruggere il piano di conquista del potere. Fanno paura le immagini, le poesie, i film, i libri che hanno la libertà insita nel cuore di chi li mette al mondo e che per questo hanno più potere delle frustate, delle prigioni. Perché se c’è una cosa che può mettersi contro la violenza, quella è proprio l’intelligenza. L’intelligenza di occhi che raccontano una realtà crudele con ogni mezzo a disposizione. Quindi, fa paura la libertà. E quando si ha paura della libertà, di solito, la si reprime. In questo gioco di potere il giocatore è uno, e lo scacco matto se lo fa da solo.

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La diretta conseguenza è la realtà di prigioni come quella di Evin, in cui avvengono torture disumane fisiche e psicologiche, che lasciano le persone allo stremo delle forze. Nel 2015 si era parlato di una possibile trasformazione del carcere a parco pubblico. Una riqualificazione, questa, che avrebbe avuto un significato profondissimo, se solo fosse stata attuata. Invece Evin è ancora lì, a ridurre in polvere le vite dei prigionieri di coscienza. Le persone sono recluse in condizioni pessime, tra mancanze di cibo e di sonno, continui interrogatori in cui lo strumento principale sono le torture fisiche, ma anche psicologiche. Si fa credere ai prigionieri che anche le loro famiglie si trovano lì, così da rendere più semplice il crollo psicologico e la falsa confessione per reati assurdi non commessi. Nonostante questo, sono loro i veri vincitori di questa storia, se c’è qualcosa da vincere. Loro che, a costo di una sofferenza inaudita, appendono la loro vita a un filo per raccontare ed esprimere quello che il regime considera alto tradimento, accendendo le luci dove tutti le vogliono spente. Come può un’idea, un film, una foto, un libro, una poesia essere considerata alto tradimento? Da quando la cultura, vera ricchezza di ogni Paese, significa tradire la più alta carica possibile? E perché tutto questo è concesso dagli altri Paesi, complici silenziosi, con le eccezioni di organizzazioni come Amnesty International, che da anni denuncia quello che accade in Iran?

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Autore: Luana Targia

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