Chi fa la guerra con le armi italiane?

Italia 2016, l’industria bellica cresce. Secondo quanto riportato dalla Relazione annuale al Parlamento in materia di armamenti del 2017, contenente le operazioni autorizzate e svolte entro il 31 dicembre dell’anno precedente, le esportazioni hanno registrato un aumento dell’85,7% rispetto al 2015, arrivando a 14,6 miliardi di euro. Tale Relazione viene resa dal Governo in applicazione della legge 185 del 1990, riguardante le norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento.

Questa legge, in particolare, vieta il trasferimento, il transito e l’esportazione verso Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi delle Nazioni Unite, verso Paesi la cui politica sia contraria all’articolo 11 della Costituzione italiana, verso Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo delle forniture belliche, e verso quelli responsabili di gravi violazioni di diritti umani. Disposizioni che l’Italia non ha sempre completamente rispettato.

Analizzando i dati, infatti, si scopre che quasi il 37% degli armamenti è stato esportato a Paesi appartenenti all’Unione Europea, mentre il restante 63% si è diretto verso Stati extracomunitari. La stessa Relazione ha sottolineato che questo balzo in avanti è dovuto anche dalla fornitura di ventotto Eurofighter Typhoon di Leonardo, ex Finmeccanica. Questi aerei da guerra, dal valore di oltre 7 miliardi di euro, saranno venduti al Kuwait, che è divenuto il primo mercato di sbocco, seguito da Regno Unito, Germania, Francia e Spagna. Al sesto posto si trova il primo mercato extraeuropeo, l’Arabia Saudita, seguito da Stati Uniti d’America e Qatar.

L’Arabia Saudita acquista i propri armamenti da Rmw Italia Spa, società controllata dalla tedesca Rheinmetall, che realizza i propri prodotti in Sardegna. Queste bombe sono impiegate nel conflitto nello Yemen dove si combatte, dal 2015, una guerra civile che sta generando una grave crisi umanitaria.

yemen guerra armi italiane

Il programma TV Le Iene ha realizzato un reportage che mostra le atrocità dei bombardamenti, dove i più colpiti sono i bambini: scuole, case e ospedali sono abbattuti senza ritegno. Il giornalista che conduce il servizio ha analizzato le modalità con cui l’Italia sta violando le sue stesse leggi, auspicando che la Procura di Brescia e quella di Cagliari, che al momento stanno indagando sulla fornitura di armi ai sauditi in partenza dai porti sardi, facciano luce sulla questione.

Tra i maggiori acquirenti, assieme ai già citati Kuwait e Qatar, si trovano Paesi i cui governi sono noti per lo loro pratiche contrarie ai diritti umani. Si tratta, ad esempio, della Turchia, in cui le libertà sono sempre più soggette a restrizioni, o di Paesi in cui la pena di morte è ancora pratica in uso, come Pakistan e Malesia.

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Negli ultimi due anni è andato sempre più aumentando l’export verso l’Africa subsahariana che ha superato i 150 milioni di euro. Zambia e Kenya hanno svolto un ruolo fondamentale nell’incrementare il volume d’affari italiano tanto che oggi il Bel Paese si colloca nella “top ten” mondiale dei maggiori produttori di armi, un settore che sembra non aver mai conosciuto crisi.  La classifica è stata stilata dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), istituzione internazionale che si occupa di ricerche scientifiche in materia di cooperazione e guerre al fine di alleviare le tensioni e prevenire i conflitti.

Arrivati a questo punto, non bisognerebbe lamentarsi “che il Mediterraneo ed il Medio Oriente siano una polveriera di conflitti quando siamo anche noi responsabili di molte delle forniture di armi, vera benzina che poi va alimentare il fuoco delle guerre”, afferma Francesco Vignarca di Rete Disarmo, impegnato in prima linea affinché l’Italia si assuma le proprie responsabilità nella fornitura di armi ai regimi in guerra.

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Autore: Alice Pagani


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