Alchimie, come accade che da estranei si diventa prossimi

Sono quindici uomini, pelle ispessita dal sole, sguardi traversi, guardinghi, alle volte appuntiti.

Alcuni, i più giovani, hanno ciglia lunghe e sguardi che alternano speranza, stanchezza, sfida… per quanto ancora?

Sono i miei studenti di italiano, questa volta vengono dal Pakistan, dall’Afganistan, dal Kashmir, sono i “famosi” profughi della rotta balcanica, quelli che hanno camminato per migliaia di chilometri non per trovare se stessi lungo il cammino di Santiago, ma per trovare una possibilità di vita da dare a se stessi, per restare vivi.

Si parte a piedi, si attraversano di notte  confini di paesi che se ti prendono… è meglio non pensarci, meglio farsi amica la paura immaginando la fine del viaggio, quando potranno fermarsi, nascondersi da qualche parte e capire cosa fare.

E allora via, attraverso l’Iran, la Turchia, la Grecia, la Macedonia, la Serbia, l’Ungheria, l’Austria e poi finalmente l’Italia, il confine di Tarvisio attraverso i boschi di notte o con il treno, pronti a nascondersi se arriva un controllo.

Solo un paio questa volta arrivano dall’Africa, uno dal Mali e uno dall’Eritrea, entrambi passati per la Libia (…), entrambi approdati a Lampedusa con il barcone (…).

Sorrisi a metà e occhi come pozzi insondabili. Non raccontano, solo accennano pudichi e ritrosi. Ma così dicono anche di più.

Li incontro dopo qualche mese dal loro arrivo, dopo i centri di accoglienza, dopo le caserme, quando si sono abituati ad una certa assistenza che devono stare attenti a non scambiare per assistenzialismo dovuto; dopo che si sono abituati agli sguardi impauriti e infastiditi delle persone che li incrociano per le strade delle nostre città o dei nostri paesi. Dopo che si sono quasi abituati che se c’è un posto libero vicino a loro nell’autobus, rimane vuoto.

Io sono una donna, di fronte a quindici uomini musulmani in astinenza da cibo, acqua, sesso (li conosco durante il Ramadan ) ma non c’è stato un solo momento nel quale io abbia percepito una qualsiasi sensazione di mancanza di sicurezza o di rispetto.

Li trovo sempre sorridenti, gentili pazienti nell’espletamento di tutta la burocrazia che ci circonda in qualsivoglia circostanza, a scuola come in questura, in posta come alla ASL.

Entrando in aula chiedono “permesso”, non escono mai dalla classe se non durante le pause, mi ringraziano e mi salutano ad uno ad uno alla fine della lezione.

Per loro sono un’insegnante, e agli insegnanti si porta rispetto, almeno nei loro paesi.

Sono consapevoli dell’importanza che ha, per loro, imparare la nostra lingua, saper comprendere almeno le informazioni di base. Credono veramente e sperano vivamente di poter trovare un lavoro, se non qui da noi (dove la gran parte di loro sta aspettando lo stato di rifugiato richiedente asilo), all’estero, in Nord Europa, dove di solito hanno intenzione di andare una volta ottenuti documenti in regola.

Cosa cercheranno di fare? Nei loro paesi la maggioranza di loro faceva l’agricoltore, qualcuno il muratore, uno il guaritore. La maggioranza sa appena leggere e scrivere in urdu (!) e a malapena conosce i caratteri di scrittura occidentali, quindi si comincia dalL’ABC.

A di albero, B di bambino, C di casa e via dicendo.

Però, nello stesso gruppo ci sono anche un paio di laureati che parlano un pò inglese, e allora è una fortuna, perché posso farmi aiutare nella traduzione delle spiegazioni che altrimenti diventano una questione di teatro, di mimi.

La capacità di comunicare in maniera non verbale, in queste circostanze diventa essenziale; la consapevolezza che quello che vogliamo trasmettere passa anche da sguardi, intonazione della voce, gesti, mimica facciale e corporea é essenziale.

Per questo è fondamentale, nell’approccio come nel continuum della relazione, un’empatia che deve trovare fondamento nell’autenticità del nostro sentire.

Niente pietismi o contrizioni di circostanza, niente educata tolleranza o paziente curiosità, meglio affetto vero, condivisione e voglia sincera di fare insieme un pezzo di strada, dove ognuno dà ciò che sa, ciò che è, e non è mai un dare a senso unico perché nelle relazioni vere è così, nell’amore è così.

Qualcosa di strano, rassicurante e bello succede ogni volta: al primo incontro siamo estranei, diversi, distanti, alle volte intrisi di quei reciproci pregiudizi che accompagnano i nostri pensieri e le nostre opinioni costruite su notizie spesso di seconda o terza mano.

Poi ci presentiamo, ci raccontiamo la nostra storia, o almeno un pò, e già le distanze si accorciano; ma la magia, la trasformazione alchemica dentro di noi avviene quando imparo i loro nomi, quando quei suoni così strani e diversi dai nostri mi diventano familiari e soprattutto diventano il volto preciso di quell’uomo, di quel ragazzo. E’ come se, in quel momento, con l’acquisizione del nome, io portassi dentro di me la persona che lo incarna.

E allora è fatta, loro entrano nei miei pensieri tutto il giorno, quando siamo lezione dai loro sguardi capisco che questo legame lo sentono anche loro, ma io li penso anche quando la lezione è finita, li sogno quando dormo e ne parlo con le persone che frequento. Sono entrati nella mia vita e i loro volti e i loro nomi sono diventati familiari, non più “diversi”.

Ecco, a tutti dovrebbe essere data la possibilità, l’occasione di sperimentare questo sentimento di trasformazione: da “loro” a “noi”, dalla reticenza all’accoglienza, da estranei a familiari, dall’indifferenza all’affetto, dalla paura alla gioia di stare insieme, alla gratitudine per aver allargato ancora un pò di più il nostro sapere e il nostro sentire.

Cristina Colle

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Autore: Socialnews

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