Isole cinesi, presidi nell’Oceano Pacifico

Foreign military airplane this is Chinese Navy, you are approaching our military site, please go away quickly!”.

20 maggio 2015, un aereo della US Navy durante una ricognizione nel Pacifico riceve questo messaggio da un concitato operatore della Marina cinese. Scopo della missione è monitorare le attività della Marina di Pechino, intenta a costruire, nel Mar cinese meridionale, alcune installazioni militari.

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Per un pugno di isole

Fin dai primi mesi del 2014 il governo cinese ha approvato un piano che prevede la costruzione o l’allargamento di alcune isole con l’intento di costruirvi porti, basi aeree e sistemi di difesa. Le isole, le scogliere e gli atolli interessati sono le Spratly Islands, in tutto 750, a 500 miglia a sud dalla costa cinese e, per la loro vicinanza, sono contese dalle Filippine, dal Vietnam, dalla Malesia ma anche da Taiwan, tutte nazioni che hanno interesse strategico ed economico nei confronti di questo arcipelago, non solo a presidio delle proprie rotte marittime dell’area, ma anche per la ricchezza di riserve naturali (gas e olio) oltre che della pesca (10% dell’intera produzione mondiale).

isole cina

Foto satellitari hanno mostrato l’impressionante sviluppo, nel corso di circa un anno, da piccole isole a vere e proprie basi militari dotate di pista di atterraggio (a volte anche più di una), porti e tutto ciò che è necessario per garantire la difesa degli insediamenti.

isole mar cinese

A difesa degli interessi del dragone

I motivi che hanno spinto Pechino a mettere in atto questo progetto sono soprattutto due: la volontà di affermare il proprio diritto a tracciare la “Nine Dash Line”, una linea tratteggiata costituita da nove segni che delimita il confine dalle acque territoriali dei Paesi vicini da quelle delle isole contese dalla Cina e, contemporaneamente, di proteggere i propri interessi economici dal momento che in quel braccio di mare passa il  30% dei trasporti marittimi (merci e passeggeri). Il Paese asiatico ha rilanciato le proprie aspirazioni economiche globali aprendo nuove rotte commerciali verso lo Sri Lanka, il Pakistan e l’Europa. La costruzione di una propria base militare a Djibouti, a controllo dell’imboccatura meridionale dello stretto di Suez, deve essere considerata come parte di questo piano strategico. Il messaggio è chiaro. Pechino non ha nessuna intenzione di cedere ma, al contrario, di imporsi nella scena internazionale, anche se ciò potrebbe portare tensioni con i Paesi confinanti.

Obiettivo collaterale, ma non secondario, della strategia di Pechino è quello di arginare le aspirazioni globali degli Stati Uniti. Sotto l’amministrazione Obama si è assistito al rafforzamento graduale della propria presenza navale in tutto il mondo (Europa, Oceano indiano e, appunto, Oceano Pacifico). Secondo il piano firmato dal Presidente, entro il 2020 il numero di navi da guerra di Washington dovrebbe aumentare di circa 300 unità. Anche i lavori di ampliamento della già attiva base aerea sull’isola di Guam (costo previsto 8 miliardi di dollari) devono essere inseriti in questa strategia. Al momento attuale la crisi della Corea del Nord ha fatto in modo che la presenza statunitense nell’aria aumentasse in tempi rapidi.

Oceano sempre meno Pacifico?

Momenti di tensione tra Stati Uniti e Cina non sono mancati, sebbene l’amministrazione Obama avesse dichiarato la propria neutralità in relazione alla sovranità delle isole in oggetto. Oltre all’episodio dell’aereo citato all’inizio, il 27 ottobre 2015 una nave della Marina di Washington ha navigato ad una distanza di 12 miglia dalle coste di una delle isole interessate. La reazione cinese non si è fatta attendere e due unità marine hanno scortato la nave statunitense al di fuori della zona controllata da Pechino. Pochi giorni dopo il Ministro degli affari esteri cinese ha dichiarato che la manovra americana deve essere considerata come una “minaccia alla sovranità cinese” poiché “entrata illegalmente e senza chiedere il permesso dal governo cinese”. Questo fatto potrebbe concludersi come un ennesima dimostrazione di forza da parte dei due maggiori contendenti dell’area, tuttavia risulta interessante analizzare il fatto dal punto di vista del diritto internazionale, come spiegato bene in questo articolo.

Nel marzo del 2017 risultano operative le basi aeree costruite sulle isole maggiori delle Spratly Islands, Subi, Mischief e Fiery Cross Reef oltre che sulle isole di Woody, nelle Paracel, tra Filippine e Vietnam, ciò assicura a Pechino il controllo di tutta l’area meridionale del mar Cinese, in virtù del raggio d’azione dei propri aeroplani e della copertura radar degli apparati ivi installati.

Sebbene la Cina continui a negare l’evidente processo di militarizzazione delle isole, il primo ministro cinese Li Keqiang ha affermato che le attività di Pechino nell’area sono mirate a garantire “la libertà di navigazione”.

Il gioco delle alleanze

Le parole del Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson “Gli Stati uniti devono procedere per bloccare l’accesso della Cina a quelle isole” fanno pensare a un futuro di tensioni tra le due potenze mondiali.

In questo gioco di forza anche le alleanze fanno la loro parte. L’alleato di ferro della Cina, il Pakistan, in quanto acerrimo avversario dell’India, gioca un ruolo chiave in quanto potrebbe fungere da supporto operativo e logistico per eventuali interventi cinesi contro Nuova Delhi. I rapporti tesi tra lo Stato comunista e l’India sono la conseguenza del conflitto del 1962 sulla questione del confine tra i due Paesi.

A fianco dello Stato comunista si è schierata anche la Russia la quale ha partecipato, nel 2016, alle esercitazioni  congiunte decise dalla Cina, nella regione meridionale del Mar cinese, come risposta alla decisone presa dalla Corte Permanente d’Arbitrato dell’Aia, la quale si era pronunciata a favore delle Filippine nella sentenza riguardante la sovranità delle isole contese tra Manila e Pechino. Sebbene non in veste ufficiale, il supporto di Mosca alle mire cinesi appare stabile tenendo presente però che la Russia, allo stesso tempo, deve mantenere i rapporti diplomatici anche con il Vietnam, che si oppone alla militarizzazione delle isole. Un intervento del Ministro degli Esteri russo Lavrov, assieme al suo corrispettivo cinese, afferma che: “La Russia ritiene che la questione del Mar cinese meridionale debba risolversi attraverso le vie politiche e  diplomatiche come dialoghi e negoziati diretti tra le parti interessate” e aggiungeva:”Le forze che si trovano al di fuori dell’area non dovrebbero intervenire” con riferimento a quelle di Washington.

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A loro volta gli Stati Uniti hanno provveduto a costruire o rafforzare le relazioni con gli Stati che si oppongono alle mire di Pechino o che hanno interessi a limitare la presenza cinese nell’area. Filippine, Indonesia, Vietnam, Taiwan, Malesia, ma anche Australia (potenza militare del Pacifico che in questi ultimi anni ha dato vita ad un programma di ammodernamento dei propri assetti militari senza precedenti, pari – quasi – a quello di Nuova Delhi) e Nuova Zelanda hanno garantito la loro ferma posizione di intransigenza nei confronti delle mire espansionistiche della Cina. Una serie di esercitazioni annuali tra Forze Armate di queste nazioni hanno lo scopo di integrare strategie e procedure anche nell’ottica di eventuali escalation. A corollario è da notare che nell’edizione 2016 anche il Giappone ha partecipato alle manovre, ancorché in veste di osservatore.

Alla luce di tutti questi fattori, un riferimento alla guerra fredda viene spontaneo; è auspicabile che le parti interessate si limitino ad abbaiare e non a mordere.

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Autore: Enrico Malgarotto

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