L’incubo di Harvey e il cambiamento climatico

Houston, in Texas, ha registrato un clamoroso record di pioggia, a causa dell’uragano Harvey. Questo ha provocato un’inondazione di 51 centimetri. Un dato che supera il precedente record registrato a Medina, sempre in Texas, nel 1978. L’alluvione ha provocato almeno 30 morti, con più di 30.000 persone sfollate. 3.500 persone sono state salvate dalla polizia di Houston. Centinaia di migliaia di persone avranno bisogno di aiuti federali per diversi anni. Greg Abbott, governatore del Texas, ha detto che Harvey è stato “uno dei più grandi disastri che l’America ha mai affrontato“.

La questione da comprendere, e che tutti noi ci facciamo, è se il cambiamento climatico causato dall’uomo possa aver contribuito a questo disastro ambientale. Alcuni scienziati hanno indicato che questa tempesta tropicale è un’ulteriore prova dei rischi del cambiamento climatico ma la Meteorologia Mondiale è cauta su tali affermazioni. Bisognerà aspettare che tutti i dati delle precipitazioni siano completi. Nel frattempo gli scienziati del clima dicono che affermare con certezza che questo uragano sia provocato dal riscaldamento globale sarebbe un errore ma sostengono anche che questo potrà rendere più pericolose le tempeste tropicali nel prossimo futuro. Il professore di meteorologia di Penn State University, Michael Mann, afferma che l’aumento della temperatura “peggiora l’impatto” delle grosse precipitazioni. Secondo un team di NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) e di scienziati associati con il World Weather Attribution il riscaldamento climatico causato dall’uomo ha aumentato l’intensità delle piogge torrenziali in Louisiana di almeno il 10%. Lo stesso rapporto dichiara che la probabilità che Harvey sia stato peggiorato dal riscaldamento globale è del 40%.

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Nonostante questi dati, secondo l’amministrazione nazionale oceanica e atmosferica, è ancora “prematuro” concludere che ci sia un aumento degli uragani a causa di temperature a livello mondiale. Tuttavia, come detto, i ricercatori sono anche sempre più certi che il riscaldamento dell’atmosfera e degli oceani possa alimentare uragani distruttivi. E’ probabile che il numero degli uragani potrebbe ridursi ma saranno singolarmente più forti. Kevin E. Trenberth, scienziato senior nella sezione Analisi del clima presso il Centro nazionale per la ricerca atmosferica, ha dichiarato che il 30% della pioggia di Harvey potrebbe essere attribuito al riscaldamento globale.

Anche se tutto questo sembra puramente di natura scientifica, le implicazioni politiche sono determinanti. E la politica a sua volta può essere influenzata da questioni tecniche anche in funzione di prevenire i rischi per la salute delle persone.

L’amministrazione di Barack Obama aveva realizzato il Federal Flood Risk Management Standard, una misura introdotta nel 2015 che avrebbe reso più difficile, per le agenzie federali, la costruzione di strade, ponti e altre infrastrutture in aree soggette ad allagamenti. Questo regolamento definiva che strade, edifici e altre infrastrutture dovevano essere costruite tenendo conto del cambiamento climatico e dovevano essere costruite per resistere agli effetti di eventuali uragani, compreso il crescente livello del mare nelle zone costiere. La scorsa settimana, Trump aveva annunciato che avrebbe abolito tale regolamento, nell’ottica di approvare più rapidamente e con costi minori i nuovi progetti in materia di infrastrutture. Un dramma nel dramma e una ulteriore brutta figura dell’amministrazione Trump. Ma non curanti di questo e a dispetto della grave situazione i gruppi conservatori si sono mobilitati per minimizzare e boicottare qualsiasi informazione che avvalorasse un legame tra la tempesta e i cambiamenti climatici. L’istituto Heartland, inserito nel bilancio dell’amministrazione Trump, ha citato solo le dichiarazioni di esperti a loro utili, questo nel tentativo di ridicolizzare la dimensione del cambiamento climatico e il legame con l’uragano di Harvey.

Ma nel frattempo negli USA migliaia di persone sono senza tetto e sono senza lavoro. Ed il problema purtroppo non è solo statunitense e forse il disastro di Harvey non è nemmeno la più grave delle situazioni nell’ambito del dramma climatico. Nell’Asia meridionale, i monsoni e le inondazioni hanno ucciso più di 1.400 persone nel mese scorso, interessando 40 milioni di persone in tutta la regione, ma quasi nessuno ne parla. La natura sta chiedendo un tributo importante per le sconsiderate attività dell’uomo, questo sia nella Stati Uniti che in paesi come l’India, il Bangladesh e il Nepal. Certo attribuire questi eventi climatici al riscaldamento globale è un’impresa complicata per gli scienziati ma ormai è chiaro che il futuro ci riserverà precipitazioni sempre più concentrate in sempre nuove zone geografiche. Tutto questo creerà notevoli complicazioni nella prevenzione e nella tutela delle vite umane.

Per concludere un’altra delle considerazioni da fare è di come gli organi di informazione occidentali abbiano trattato in maniera diversa le notizie del disastro climatico americano rispetto a quello asiatico. Migliaia di servizi ed articoli da Houston e quasi nulla dal Bangladesh, come se il valore dei morti statunitensi sia diverso da quello dei morti asiatici. Questo purtroppo è ciò che accade quando abbiamo paura di contrastare il potere costituito, soprattutto quello legato all’economia e alla strategia energetica, e quanto le riviste dei paesi ricchi abbiano poco interesse ad occuparsi dei milioni di persone che vivono in povertà!

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Autore: Massimiliano Fanni Canelles

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