Gli schiavi di Pyongyang: come il regime nordcoreano si autofinanzia

Schiacciata dalle sanzioni imposte dalla comunità internazionale e con una capacità di commerciare con l’estero estremamente limitata, la Corea del Nord ha dovuto escogitare nel tempo nuove soluzioni per garantire la sopravvivenza economica del regime e finanziare le proprie ambizioni, comprese quelle nucleari. Una di queste strategie, avviata già nella seconda metà del secolo scorso e che è andata prendendo sempre più vigore, si serve dell’abbondante manodopera povera, che viene inviata all’estero a lavorare in condizioni di semi-schiavitù per generare entrare in favore del governo.

corea del nord

Gli schiavi nordcoreani, migranti forzati per alimentare le casse statali

Il governo di Pyongyang ha selezionato, negli anni, decine di migliaia di nordcoreani da mandare all’estero, dove vengono impiegati nelle mansioni più umili o pericolose, quelle che anche i locali si rifiutano di svolgere. Lavorano con contratti da due a cinque anni in condizioni di semi-schiavitù, in ambienti precari e senza la possibilità di chiedere giorni di riposo, né tantomeno vacanze. Nelle parole di uno di loro capi, “Lavorano, mangiano, dormono. Nient’altro”. Ma c’è di più. Dei miseri stipendi che ricevono, in genere tra i settecento e gli ottocento dollari al mese, Pyongyang preleva una consistente percentuale, che viene utilizzata per finanziare i programmi e i progetti del governo. Altre quote vengono trattenute per coprire le spese di alloggio degli stessi lavoratori e pagare le tasse. Altre, ancora, sono dovute allo Stato a mo’ di donazione, per dimostrare la propria fedeltà al regime. I lavoratori sono così costretti a rinunciare fino alla metà del proprio salario. In questo modo, entrano nelle casse statali oltre centoventi milioni di dollari l’anno.

statue kim jong un corea del nord

Uno dei principali Paesi di destinazione dei lavoratori nordcoreani è la Russia, tra i pochi che ancora intrattengono relazioni con il regime dittatoriale della Corea del Nord. L’inizio della collaborazione risale agli anni Sessanta del secolo scorso, in epoca sovietica, quando i due governi si spartivano i guadagni provenienti dal lavoro dei prigionieri politici nordcoreani, che venivano deportati nei campi di lavoro forzato costruiti nelle zone più inospitali dell’Unione Sovietica. Ben presto, tuttavia, i coreani cominciarono a inviare in Russia anche lavoratori ordinari e gli arrivi sono continuati ad aumentare con il passare dei decenni. Questa perversa forma di cooperazione internazionale è sempre risultata vantaggiosa per entrambi i Paesi: Mosca riceve manodopera efficiente e a basso costo e al contempo garantisce un continuo afflusso di preziosa valuta estera nelle casse di Pyongyang.

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Secondo un recente rapporto pubblicato dal Data Base Center for North Korean Human Rights, organizzazione non governativa con base a Seul, i nordcoreani impiegati attualmente in Russia sarebbero circa cinquantamila. Svolgono le mansioni più disparate: la maggior parte si trova nelle foreste dell’est del Paese, ma vi sono anche imbianchini, muratori, operai. E alcuni di loro danno vita al sogno russo di ospitare i mondiali di calcio.

La manodopera nordcoreana che costruisce i nuovi stadi di Russia

Si stima che circa un centinaio di lavoratori nordcoreani sia impiegato nella costruzione del nuovo stadio di San Pietroburgo, destinato ad ospitare i mondiali di calcio che si terranno nell’estate 2018. Un’inchiesta del Josimar, rivista sportiva norvegese che per prima ha denunciato la situazione, rivela le condizioni disumane in cui gli operai sono costretti a lavorare. Gli intervistati hanno dichiarato che il carico di lavoro giornaliero è sfiancante, i ritmi incalzanti. Iniziano la mattina alle sette e mezza e non se ne vanno prima di mezzanotte. Vivono in vecchi container a poche centinaia di metri di distanza dal cantiere e circondati da recinzioni di filo spinato, che fungono essenzialmente da grandi dormitori, in cui i nordcoreani riposano tra un turno e l’altro. I pasti e il cibo a disposizione sono miseri, le condizioni igieniche precarie. Guardie con cani li sorvegliano giorno e notte. Nonostante la fatica, non hanno alcuna possibilità di andarsene o di scegliere un’altra occupazione. Al loro arrivo in Russia, passaporto e documenti vengono confiscati. Vengono minacciati e subiscono violenze, ma sanno che, se provassero a ribellarsi, i loro stessi familiari a casa, in Corea, andrebbero incontro a ritorsioni.

corea del nord kim il kung piazza

Quando essere schiavi all’estero è meglio che essere schiavi in patria

Almeno un operaio nordcoreano è morto durante i lavori nel cantiere del nuovo stadio di San Pietroburgo e innumerevoli sono stati gli incidenti di vario genere, a causa delle insufficienti misure di sicurezza. Ciononostante, lavorare all’estero appare a molti nordcoreani come la più invitante delle prospettive. Sono in molti coloro che scelgono volontariamente di partire, che si offrono e che arrivano perfino a pagare gli ufficiali, nel tentativo di corromperli e convincerli a selezionarli. Se per gli standard occidentali le condizioni lavorative cui essi vanno incontro trasferendosi in Russia appaiono come una clamorosa violazione dei più basilari diritti umani, per molti nordcoreani tale scelta si configura invece come una vera e propria conquista di libertà. E, nonostante l’ampia percentuale che il regime trattiene per sé, lo stipendio che guadagnano all’estero, ben più alto di quello cui potrebbero aspirare in patria, permette ai cittadini comuni di migliorare la propria situazione economica. Una sorta di strana vittoria, quindi, un esilio volontario e, soprattutto, legale, non esistendo altre alternative per lasciare il Paese, dato che è praticamente impossibile per la gente comune ottenere il permesso ufficiale dal governo (chi tenta di uscire senza di esso commette reato, punito anche con la pena capitale). Non sorprende poi così tanto che, in una tanto drammatica situazione, in molti scelgano di partire per la Russia. Essere schiavi nella fredda steppa siberiana o nei cantieri delle grandi città è, in fin dei conti, meglio che esserlo sotto gli occhi della spietata dittatura di Kim Jong Un.

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Autore: Alessia Biondi

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