Le relazioni tra Italia e Egitto dopo il caso Regeni

Il legame tra Italia e Egitto si rafforza: l’ambasciatore italiano ritorna al Cairo, la continuità dei rapporti economici, la sottile connessione tra Egitto, Italia e Libia nell’accordo per bloccare i flussi migratori.

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L’ambasciatore italiano ritorna in Egitto

La politica italiana sembra compiere in questi giorni passi indietro rispetto al caso Regeni.

A un anno e mezzo dalla morte di Giulio, il ricercatore italiano torturato e trovato morto il 3 febbraio 2016 lungo un’autostrada del Cairo, l’Italia decide di rinviare il proprio ambasciatore in territorio egiziano.

I rapporti politici-diplomatici tra i due paesi, Italia ed Egitto, si erano incrinati e, in teoria, interrotti in seguito all’omicidio del ricercatore. L’ambasciatore italiano si era ritirato, così anche quello egiziano. L’obiettivo era ottenere risposte e delucidazioni sulla vicenda.

Ad oggi, tuttavia, non è possibile dire che progressi verso l’auspicata verità siano stati compiuti. Ciò che è stato fornito dalle autorità egiziane non ha rivelato nulla della responsabilità della Sicurezza nazionale. Rimaniamo all’oscuro del perché abbia subito torture e del mandante di quel determinato ordine.

L’Egitto è rimasto “fermo” sulla sua versione imponendola, di fatto, alla giustizia italiana.  Quindi come deve essere letta la decisione di inviare l’ambasciatore nuovamente al Cairo?  Amnesty International definisce “grave” tale scelta:“L’Italia rinuncia all’unico strumento di pressione per ottenere verità nel caso di Giulio Regeni di cui l’Italia finora disponeva”. Il presidente di Amnesty, Antonio Marchesi, continua: “Ora tocca al governo  dimostrare che questa mossa temeraria può servire davvero, com’è stato sostenuto, a ottenere “verità per Giulio”.

Il governo italiano però pare abbia trovato una giustificazione per portare avanti altri interessi, per esempio – come vedremo successivamente – in relazione ai flussi migratori e all’accordo con la Libia, venendo meno al suo compito di difendere i propri cittadini, garantirne la sicurezza e ottenere verità e giustizia per loro conto.

Italia e Egitto: un legame mai spezzato

Successivamente al ritrovamento di Giulio, il Parlamento europeo approvò una risoluzione (2016/2608RSP) in cui chiedeva agli stati membri “la sospensione delle esportazioni di apparecchiature di sorveglianza qualora fosse dimostrato che tali apparecchiature sono utilizzate per commettere violazioni dei diritti umani”. L’Italia, nonostante fosse il paese direttamente coinvolto, ha incrementato la fornitura di armi in maniera esponenziale.

Infatti, secondo i dati ISTAT, l’Egitto ha ricevuto dall’Italia 2.450 kg di armi e munizioni, ovvero un valore di oltre un milione di euro. Non fu possibile risalire direttamente ai destinatari ma, dall’analisi dell’Osservatorio Permanente sulle armi leggere (OPAL), il materiale comprato potrebbe essere finito nelle mani di apparati di sicurezza. Sempre secondo l’analisi fornita dall’OPAL il genere di armi acquistate, pistole e fucili, non sarebbero destinati ai militari, bensì alle suddette forze di sicurezza. “Se così fosse, non si potrebbero giustificare come armi mandate per combattere il terrorismo internazionale. Queste pistole possono essere utilizzate per la repressione interna”.

I rapporti economici tra i due paesi non hanno subito alcun calo, anzi. Le esportazioni italiane verso il Cairo si sono aggirate ai 3.089,11 milioni di Euro nello scorso anno; queste sono state così superiori ai due anni antecedenti, rispettivamente 2,7 milioni di Euro e 2,9 milioni di Euro.

Non bisogna nemmeno dimenticare l’ENI, infatti l’Ente italiano per gli idrocarburi è presente in Egitto con investimenti per quasi 14 miliardi di dollari. L’ENI non è la sola azienda italiana ad essere in Egitto; infatti, ve ne sono all’incirca 130: Edison, Banca Intesa San Paolo, Pirelli, Gruppo Caltagirone e così molte altre.

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Il filo conduttore che lega Italia, Libia e Egitto

Italia e Libia sono legate da un accordo sulla gestione dell’immigrazione, firmato nel febbraio 2017, con l’obiettivo di bloccare i flussi migratori e contrastare il traffico di esseri umani, incentivando il controllo delle frontiere.

È importante tenere ben a mente la complessità del territorio libico poiché vede la presenza di diverse fazioni con una presa più o meno forte sulla popolazione.

Così, il ministro Minniti si era accordato con Faiez al Serraj, il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale, senza alcuna eccezione per l’Egitto. L’obiettivo dell’accordo viene raggiunto rafforzando la Guardia Costiera libica con navi italiane da una parte e permettendole la creazione di una zona di soccorso in mare, la cosiddetta SaR (Search and Rescue). Tale intesa, tuttavia, aveva trovato il disappunto da parte degli oppositori del Presidente del governo di riconciliazione nazionale libico, guidati dal generale Khalifa Haftar, nemico degli islamisti e pertanto sostenuto dal Cairo e dagli Emirati Arabi. Così il governo di Beida, espressione del Parlamento di Tobruk e indissolubilmente legato a Haftar, ha dichiarato dapprima il tradimento di al Serraj per le “concessioni” all’Italia, e secondariamente, ha emanato un provvedimento per impedire alle società italiane di aprire nuove attività in Cirenaica e di implementare quelle già presenti nel territorio.

La figura del generale Haftar, a differenza di quella del Primo ministro di Tripoli, risulta essere estremamente forte, e questo, di conseguenza, può essere un problema.

La strategia vincente parrebbe così essere la seguente: al fine di bloccare gli immigrati in Libia è necessario sottoscrivere un accordo con quest’ultima, in quanto l’Italia non può, di fatto, attuare respingimenti (principio di non-refoulement sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e firmato dall’Italia, ma non appunto dalla Libia). Tuttavia, la fazione con la quale si è concluso il Memorandum è indebolita e ostacolata da un’altra fazione di libici, capeggiata dal generale Haftar. Pertanto, una mossa furba sarebbe quella di farsi amici anche gli oppositori che, guarda caso, sono sostenuti dall’Egitto di al-Sisi. Da qui la riattivazione dei rapporti diplomatici con l’Egitto.

Così l’Italia sembra quasi esser stata costretta a ristabilire i rapporti con al Sisi per poter sostenere ed incentivare il suo piano di respingimento in Libia. Eppure, in questo schema che si è delineato, l’Italia ne esce indebolita su tutti i fronti.

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Autore: Jessica Genova

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