Immigrazione: il problema delle soluzioni di breve periodo

I fatti di Piazza Indipendenza sono solo l’ultimo esempio, in ordine cronologico, delle conseguenze che possono nascere dalla gestione emergenziale di un fenomeno non transitorio come quello dell’immigrazione internazionale verso i paesi più sviluppati. Sono gli effetti più dolorosi di una politica propensa ad attivarsi solo in modo contingente, sullo spezzarsi della corda, attraverso misure di facciata, correttive e perlopiù securitarie – contrarie per natura alla programmazione di lungo periodo che i processi migratori richiederebbero.
Lo ha ricordato qualche giorno fa il premier Paolo Gentiloni, intervenendo al Meeting di Rimini: “Il fenomeno è di lunga durata – ha avvertito – la geografia e la demografia da cui siamo circondati ci dicono che il fenomeno resterà lì, che chi semina odio e facili illusioni non farà un buon raccolto”. Eppure, le recenti mosse del governo, dal codice Minniti agli accordi con la Libia, sembrano andare nella direzione opposta, cioè quella che mira a trovare una “soluzione” alla cosiddetta “emergenza immigrazione”. Decisioni politiche di breve periodo che puntano a sopperire all’ingiustificabile mancanza, sul tema, di un piano nazionale a lungo termine.

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La convenienza delle politiche di breve periodo

Ma perché sia governo che opposizione tendono a semplificare l’argomento, proponendo soluzioni di corto respiro, perlopiù tese alla soppressione del fenomeno? Perché a entrambi, banalmente, conviene. Con la mediatizzazione della politica si è entrati in uno stato di “campagna elettorale permanente” che ha reso controproducente la semina quando il raccolto è troppo lontano. Prospettare soluzioni semplici e immediate è quindi sempre più vantaggioso, in termini elettorali, anche dinanzi a un fenomeno complesso e durevole. Pertanto, alla politica fa comodo trattare l’immigrazione come un evento temporaneo, congiunturale, dotato di un inizio e, soprattutto, di una fine potenzialmente ben identificabile e possibilmente vicina. Pianificazione, strutturazione di un sistema di accoglienza efficiente, impiego di risorse nell’integrazione restano – ad oggi – mere illusioni, perché rappresentano investimenti a perdere. Svincolarsi dal conflitto mediatico vorrebbe dire rinunciare a presidiare una linea di frattura decisiva per le sorti del conflitto elettorale; specialmente considerando che il tema dell’immigrazione agisce trasversalmente nei confronti di tutti sollecitando le componenti più intime della società: identità, contraddizioni, capacità di accogliere, prospettive future.

La necessità delle politiche di lungo periodo

Tuttavia, cedere all’assetto pre-elettorale permanente, preferendo la propaganda ai contenuti, è una condotta politicamente irresponsabile. L’urgenza di cambiare rotta risulta evidente guardando ai cambiamenti futuri, previsti per gli ambiti che influenzano maggiormente i flussi migratori: demografia, economia, clima. Secondo le più recenti previsioni ONU, arrivati al 2050 l’Africa conterà circa 1,3 miliardi di individui in più, passando dagli attuali 1,2 ai 2,5 miliardi stimati, con un aumento di 700 milioni di persone in età lavorativa – raggiungendo un peso del 26% sulla popolazione mondiale. Per rendere l’idea, la sola Nigeria, paese africano da cui è partito per l’Europa il maggior numero di persone nel 2017, diventerà il terzo paese più popoloso al mondo, passando dagli odierni 190 milioni ai 410 del 2050, pari a più della metà dell’intera popolazione europea. Per quest’ultima, al contrario, si prevede una perdita complessiva di 30 milioni di abitanti (oltre che una diminuzione di quasi 90 milioni di individui in età lavorativa) che farebbe dell’Europa l’unico continente ad avere un incremento assoluto, nonché un saldo naturale, al negativo (p.9). Pertanto, in proporzione, il nostro continente è quello che più dipenderà, nel mantenimento delle proprie caratteristiche demografiche, dai flussi migratori internazionali e quello che subirà gli effetti più rilevanti.

E l’Italia? Secondo l’ultimo rapporto Istat il contributo positivo del saldo migratorio riuscirà solo in parte a rallentare i trend negativi di decrescita e di invecchiamento della popolazione. Lo scenario mediano, atteso per il 2065, mostra un calo previsto di 7 milioni di abitanti (da 60,7 a 53,7 milioni) mentre l’età media aumenterà sensibilmente, passando dagli attuali 44,7 anni agli oltre 50 prospettati.

fertilità immigrazione mondoAl pari delle trasformazioni demografiche altrettanto importanti saranno i cambiamenti climatici. In Africa, per effetto dell’aumento delle temperature, si assisterà a una riduzione degli spazi abitabili che, complice l’incremento della popolazione, causerà un forte aumento dei cosiddetti “profughi ambientali. La stima più citata è quella di Norman Myers, studioso britannico che ne ha previsti 200 milioni per il 2050. Secondo il Programma ONU per l’ambiente (UNEP) nel 2060 solo in Africa ci saranno 50 milioni di migranti climatici. L’UN/DESA – riprendendo le conclusioni a cui era giunto il Government Office for Science nel 2011 – ha comunque sottolineato che queste migrazioni forzate si concretizzeranno, nella maggior parte dei casi, in movimenti interni agli stati, anziché lungo rotte internazionali. Ciononostante, entrambi i documenti hanno messo in risalto l’urgenza di comprendere la relazione tra migrazioni, sviluppo e cambiamento ambientale, al fine di adottare politiche di lungo corso, atte a scongiurare le peggiori conseguenze: conflitti per le risorse e per i mezzi di sussistenza, impoverimento, incentivi ai flussi migratori irregolari.
Le decisioni italo-europee, l’immobilismo polarizzato del dibattito sull’immigrazione, i recenti sviluppi dell’Accordo di Parigi e l’attuale assenza di riconoscimento giuridico per i profughi ambientali – purtroppo – sono segnali di senso opposto.

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Affrontare l’immigrazione con lucidità

Come detto, il problema centrale è che alla politica è convenuto – per motivi elettorali, resi ancora più impellenti dalle logiche mediatiche – trattare l’immigrazione come un’emergenza, attuando così politiche di breve periodo. A questo punto la sfida sarebbe – sia per l’Italia che per l’Europa – quella di far valere la necessità sulla convenienza, abbandonando l’ottica allarmista di breve termine per un approccio pragmatico e lungimirante, di più ampio respiro. Bisognerebbe allora riportare il confronto politico a toni equilibrati e a sguardi lucidi, per riflettere seriamente sulle “soluzioni” che già esistono (come la microaccoglienza, ostacolata dalle divisioni partitiche e dall’acuirsi dello scontro sociale) e sui benefici che le future migrazioni potrebbero offrire (come quelli economico-demografici derivabili dalle cosiddette migrazioni circolari, cioè il tentativo di incanalare i futuri spostamenti umani all’interno di logiche bidirezionali e volontarie che comportino vantaggi per tutti i soggetti in gioco).
Più esplicitamente, dare o non dare un seguito agli accordi con la Libia (stipulati dall’Italia ma voluti da tutti) sarà l’ennesima occasione per ovviare agli errori commessi, dimostrando l’intenzione di ragionare con responsabilità sul medio-lungo termine. Darvi prosieguo vorrebbe dire creare in Libia, sotto l’egida istituzionale delle Nazioni Unite, le condizioni legali per un’accoglienza più sicura, controllata e umana. Non farlo significherebbe illudersi di avere risolto un problema che, inevitabilmente, si ripresenterà, aggravato nei suoi esiti.

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Autore: Simone Delicati

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