Referendum in Catalogna: quale indipendenza, quale futuro?

Lluís Companys, il leader politico che dichiarò l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna, venne fucilato nella fortezza di Montjuic a Barcellona dal governo di Francisco Franco che dichiarò la Catalogna “una regione nemica” e mise fuori legge la lingua catalana. Anche se l’oppressione è finita quarant’anni fa con il ritorno della democrazia e la riconquista di un’ampia autonomia, culturale, politica e linguistica, la società catalana non ha mai dimenticato questo affronto, ancora presente nei ragionamenti dei secessionisti sempre più numerosi. In generale, sembra che negli ultimi anni il consenso verso uno stato catalano indipendente sia cresciuto: secondo i sondaggi effettuati dal Centro de Estudios de Opinión, organo del governo catalano incaricato di realizzare inchieste sulle intenzioni di voto, i favorevoli all’indipendenza sono passati dal 18,5 per cento dell’ottobre 2007 al 34,6 per cento di oggi, raggiungendo picchi vicini al 50 per cento nel 2013.

referendum catalogna

L’indipendentismo catalano è, dunque, una questione cruciale da molti anni in Spagna così come in Europa, ma di recente ha acquistato nuova forza e si è trasformato in una fonte di tensione costante tra governo di Madrid e quello catalano. Nel 1979, la Spagna approvò l’autonomia della regione catalana. Una forma di status sui generis implementato nel 2006, quando fu approvato un nuovo statuto che garantiva alla “nazione” catalana maggiori poteri, soprattutto in campo finanziario. Nel 2010, però, il Tribunale costituzionale spagnolo fece marcia indietro e dichiarò l’incostituzionalità di diversi articoli, tra cui quello in cui la Catalogna veniva definita una “nazione”.

Da allora, ci sono stati diversi tentativi elettorali per riaffermare l’indipendenza della Catalogna. Tre anni fa un referendum indipendentista divenne una consultazione informale perchè bloccato dal Tribunale costituzionale spagnolo. La chiamata alle urne dei catalani della scorsa settimana presentava già svariati segnali di tensioni da ambo le parti. Su richiesta della procura, tre giorni prima dell’evento, la Guardia civile spagnola era entrata in diversi edifici governativi catalani a Barcellona sequestrando il materiale pronto per essere usato al referendum ed aveva arrestato 14 persone legate al governo locale, tra cui un consigliere vicino a Oriol Junqueras, vicepresidente della Catalogna e uno dei politici più in vista dell’indipendentismo catalano. Ciononostante, domenica primo ottobre, i cittadini catalani hanno votato in un clima di violenza, barricate e scontri. La Guardia Civil è intervenuta sulla folla anche con spari di proiettili di gomma mentre la polizia locale non si è schierata al fianco delle istituzioni spagnole. Il bollettino è stato di 844 feriti, 2 gravi e un risultato elettorale sfalsato.

MHachem / Pixabay

Mariano Rajoy, capo del governo spagnolo, lo stesso giorno ha dichiarato che “non c’è stato nessun referendum sull’autodeterminazione in Catalogna”. Fatti alla mano, ha ragione. Non c’è stato un referendum valido perché le schede sono state sequestrate, perché tanti seggi sono stati chiusi dalla polizia e perché la consultazione era illegale per il diritto spagnolo che si applica in Catalogna. Dunque, lo stato di diritto ha prevalso. Il Re Felipe di Spagna gli ha fatto eco, nel suo discorso alla nazione, sottolineando che le autorità catalane “hanno violato i principi democratici dello stato di diritto” con una “slealtà inaccettabile”.  La Catalogna ha vissuto, dunque, una giornata di scontro durissimo con il potere centrale, che ha creato una grossa frattura in tutta la Spagna. Ad oggi l’indipendentismo catalano si è radicalizzato, e Carles Puigdemont, capo del governo catalano, ha dichiarato che “la Catalogna ha conquistato il diritto ad avere uno stato indipendente”.

Il bilancio di domenica scorsa è stato comunque catastrofico, oltre alle violazioni dei diritti umani e l’esacerbarsi di odio e rancori, si rischia ora uno stallo politico ed economico. Nel caso di una frattura irrimediabile Madrid potrebbe perdere 203 miliardi di Pil e Barcellona i finanziamenti pubblici. Le banche locali non avrebbero più la licenza di operare con un crollo del Pil di tutto il Paese pari anche al 30%. Ma la Catalogna è troppo importante per l’economia spagnola e la stessa economia catalana è legata a doppio filo a quella iberica. Juan Rosell, il presidente della Ceoe, la locale Confindustria, ha proposto una mediazione tramite il riconoscimento dell’identità, una migliore autonomia fiscale, più investimenti e la possibilità di rappresentare la Regione nelle competizioni sportive.

Di certo con gli accadimenti del “referendum” è sembrato assistere ad una guerra tra irresponsabili che potrebbe spaccare la Spagna e indebolire tutta l’Unione europea. Infatti, qualsiasi dissoluzione all’interno di uno dei 27 paesi che la compongono può comprometterne l’unità. Lo sa bene Vladimir Putin che da tempo sta tentando di spezzare l’Unione Europea con interferenze elettorali: quando ha appoggiato nelle elezioni francesi Marine Le Pen e quando è riuscito nell’intento, col referendum inglese sulla Brexit, foraggiando il leader indipendentista di estrema destra Nigel Farage. In questi mesi anche in Spagna le sue azioni si sono fatte sentire chiaramente. Tra l’11 e il 27 settembre, il network del Cremlino Sputnik ha postato 220 storie e articoli sulla crisi in Catalogna. Il dato è fornito da una ricerca del DFRLab (Digital Forensic Research Lab). La Catalogna è stata l’attuale teatro di operazioni russe nella sfera della information war di Putin. Episodi di disinformazione  per fomentare il caos e descrivere scenari di guerra civile in Spagna sono stati pilotati e sfruttati dal Cremlino. Uno scanning dei retweet effettuato in due giorni, 20 e 24 settembre, sull’hashtag #Catalonia, mostra che l’account di Julian Assange è diventato e è rimasto il principale commentatore internazionale sull’argomento, più rilevante di qualsiasi osservatore o giornale spagnolo.

Nel frattempo, dopo la violenta repressione del voto per il referendum sull’indipendenza, i catalani ieri sono scesi nelle strade dando massiccia adesione allo sciopero generale indetto dai sindacati per protestare contro le violenze avvenute per bloccare le attività elettorali. Centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in tutta la regione autonoma e già dalle prime ore dalla mattina si sono formati diversi chilometri di coda sulle strade interessate dalle dimostrazioni. Solo a Barcellona si sono radunate 300mila persone. Tutte apparentemente ignare di essere pedine in mano alle superpotenze che hanno accerchiato e tentano di smembrare l’Unione Europea.


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Autore: Massimiliano Fanni Canelles

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