La “Cannabis insaguinata” dei bimbi in Gran Bretagna

Nel 2015 l’allora Primo Ministro britannico David Cameron fece un simbolico viaggio in Vietnam. In quell’occasione, promise un impegno sempre più incisivo da parte delle autorità britanniche nella lotta contro la tratta di minori vietnamiti. I bambini sono spesso rapiti dal mondo della strada o dagli orfanotrofi, visto il minor controllo, oppure forzatamente portati, con la promessa di guadagno, dal Vietnam alla Gran Bretagna per lavorare come schiavi, vista la mancanza di libertà e lo sfruttamente a cui sono sottoposti, in diversi settori come ad esempio per i lavori domestici o nei negozi di manicure.

I vietnamiti, soprattutto minorenni, rappresentano la seconda nazionalità per numero di persone tenute in schiavitù nel territorio britannico, ma forse quello che più colpisce è per cosa vengono sfruttati. I minori provenienti dal Vietnam difficilmente vengono portati in Gran Bretagna per lavorare in fabbriche o nell’agricoltura, essi sono infatti perlopiù impiegati nei lavori domestici o ancora di più nella coltivazione di Blood Cannabis, il nome usato dalla Società Nazionale per la prevenzione delle crudeltà sui bambini per indicare lo sfruttamento dei minori stranieri nei campi adibiti alla coltivazione della cannabis. Spesso inoltre vengono anche fatti prostituire in modo da guadagnare il più possibile dal loro sfruttamento, fenomeno portato avanti, la maggior parte delle volte, da connazionali. Anche perchè lo sfruttamento dovrebbe avere come obiettivo il pagamento dei debiti contratti dalle famiglie dei minori, o dai minori stessi per, ad esempio, le spese di viaggio verso l’Europa o il sostentamento della famiglia.

Il traffico e lo sfruttamento di questi bambini è gestito direttamente da gang criminali, a loro volta di origine vietnamita, diventate grazie allo sfruttamento di minori vietnamiti tra le organizzazioni criminali britanniche più ricche visto anche il loro grado organizzativo. Le gang vietnamite, infatti, controllano ormai, in Gran Bretagna, quasi il 90% della coltivazione e della vendita della cannabis. In soli due anni, tra il 2014 e il 2015, hanno visto aumentare la loro produzione di circa il 150%. I bambini, costretti a lavorare come schiavi, sono per lo più orfani, parte di famiglie povere o rapiti dai trafficanti e trasportati in Europa. Le gang infatti promettono spesso ai minori o alle loro famiglie mirabolanti guadagni in terra straniera, un guadagno sicuramente appetibile per una famiglia povera nelle zone più isolate del vietnam, e quindi può capitare che la famiglia decida di vendere il proprio figlio, conscia o meno, del destino che gli verrà riservato, diverso è invece il caso degli orfani visto che spesso vivono in mezzo alla strada cercando di sopravvivere di elemosina e quindi più facili da raggiungere.

Al Jazeera ha investigato i diversi percorsi usati dalla tratta di esseri umani provenienti dal Vietnam e diretti in Gran Bretagna. Inoltre, grazie ad alcune testimonianze, sono riusciti anche a ricostruire l’iter tipico che porta i minori in territorio britannico.

Il viaggio è lungo, visto che arrivano in Gran Bretagna passando per Russia, da dove entrano in Europa, Germania e Francia dove in passato venivano nascosti nella Giungla di Calais, un centro di raccolta per profughi e rifugiati smantellato nel 2016. Da qui partivano per la Gran Bretagna nascosti nel retro dei camion e coperti da petrolio in modo da nascondere il loro odore ai cani. Restavano in questa condizione al limite della dignità umana anche per giorni, spesso con poco o nessun cibo. Il tutto, poi, ha un costo pari a decine di migliaia di euro, che vanno restituiti tramite anni e anni di sfruttamento, nelle mani di quelle stesse gang criminali che hanno organizzato l’intero traffico. Dopo la demolizione della Giungla di Calais, le gang criminali si sono organizzate in modo diverso, è stato trovato, infatti, un nuovo campo riservato proprio alla tratta di vietnamiti diretti alla Gran Bretagna. Il nuovo campo, chiamato “Vietnam City”, è diventato dall’anno scorso il nuovo punto di smistamento per le persone dirette ad ingrossare le fila dello sfruttamento.

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Cartellone in Vietnam contro il traffico di esseri umani. Fonte: BBC

Le condizioni nelle piantagioni di Cannabis

La coltivazione di cannabis è sicuramente il settore che frutta di più alle gang criminali vietnamite. Secondo una stima del UK Human Trafficking Centre, il 96% delle persone coinvolte nella coltivazione di cannabis è di origini vietnamita e tra di loro l’81% sono bambini. I minori, di solito, vengono rinchiusi in stabili che possono essere case private, edifici abbandonati o addirittura bunker della Seconda Guerra Mondiale dove sono costretti a badare unicamente alle piante. Non possono comunicare con l’esterno, a volte le finestre sono addirittura sbarrate, e può capitare che non abbiano contatti umani per settimane. Il loro lavoro consiste nell’annaffiare le piantine di marijuana due volte al giorno, mattina e sera, impiegando anche diverse ore vista la quantità che di solito sono costretti a coltivare. Ogni edificio può arrivare a contenere anche diverse centinaia di piantine e fruttare quindi diverse decine di migliaia di sterline, anche il solo annaffiare, quindi, può richiedere addirittura tre ore vista inoltre la meticolosità richiesta dalle gang che puniscono pesantemente i trasgressori.

É un lavoro pericoloso viste le esalazioni delle piantine che possono dare anche problemi alle vie respiratorie e alla presenza massiccia di cavi elettrici scoperti che sono stati trovati nei vari stabili. Il pericolo maggiore, infatti, è proprio la folgorazione visto che devono versare l’acqua alle piante proprio vicino a prese e fili scoperti. Alcune volte, i bambini, non sono nemmeno nutriti e sono quindi costretti a cibarsi delle piantine a cui dovrebbero badare, oppure la quantità di cibo loro fornita è scarsa, considerato anche il tempo che sono costretti a passare chiusi là dentro.

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Ex bunker trasformato in piantagione. Fonte: Guardian.

I problemi con la giustizia inglese

In realtà, in tutto questo, molto probabilmente il fatto più scioccante è il numero di persone condannate dalla giustizia britannica per schiavismo. Questo numero, infatti, è fino ad oggi prossimo allo zero. Il numero di coltivatori di cannabis arrestati, invece, è molto più alto: dati precisi non ci sono, ma si parla di più di 140 casi dal 2011, senza contare gli arresti per i quali le accuse sono poi state ritirate vista la loro condizione di schiavitù.

Questi coltivatori non sono altro che i minori impiegati nella coltivazione e che spesso al momento dei raid della polizia negli edifici in cui si trovano vengono anche arrestati. I minori colti sul fatto rischiano di finire in carcere per diversi mesi o anni oppure, ma solo se sono fortunati, riescono a veder cadere le accuse a loro rivolte vista la loro condizione di schiavitù. Questa condizione “speciale” è l’unico modo per sfuggire alle accuse di coltivazione illegale di droga vista, infatti, la mancanza di volontà da parte del minore.

Philippa Southwell, un avvocato che al momento rappresenta più di 50 vittime del traffico di esseri umani di origini vietnamite, sta combattendo una battaglia contro il sistema della giustizia britannica nei casi di schiavitù e ammette: “Ogni giorno vengono avanzate nuove accuse. É allarmante il fatto che stiamo ancora accusando le vittime del traffico di esseri umani.” Kevin Hyland, rappresentante di Anti-Slavery UK, ha, a sua volta, denunciato questo modo di gestire il fenomeno. Anche lui infatti, punta il dito sull’operato troppo superficiale delle forze dell’ordine nonostante la capillarità e diffusione del fenomeno.

Sempre Kevin Hyland ha criticato più volte la mancata raccolta di informazioni sui minori liberati dalle piantagioni visto che sono spesso scarse e irrilevanti. Questo può diventare un problema quando il minore scappa dalle mani degli agenti. Si calcola infatti che circa il 58% dei minori salvati dalle mani dei trafficanti svanisca di nuovo e che, nei primi mesi del 2015, almeno 167 dei 590 bambini liberati dagli agenti siano spariti senza lasciare traccia. Questo accade perché spesso sono le stesse vittime a rimettersi in contatto con i loro aguzzini, spinti dalla paura di ritorsioni alle loro famiglie d’origine o alla coercizione cui sono andati in contro che li rende succubi. Si pensi che la polizia ha spesso trovato che le porte degli stabili in cui i bambini erano imprigionati non erano nemmeno chiuse a chiave, eppure le persone al loro interno non pensavano nemmeno a provare a scappare. Vengono inoltre criticate le forze dell’ordine britanniche perchè spesso le centrali della polizia non riescono nemmeno a riferire quanti bambini spariscono. Ciò è preoccupante poiché, in questo modo, è pressoché impossibile contare il numero esatto di bambini tornati nella tratta di esseri umani.

Alcune buone notizie

La maggior consapevolezza del problema ha fatto sì che ci fosse un maggior impegno sul problema da parte di tutte le parti politiche britanniche. Nel 2015, infatti, è stato emanato infatti il Modern Slavery Act che tutela le vittime della tratta di esseri umani e cerca di combattere lo sfruttamento grazie all’implementazione di nuove regole.

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Fonte: Anti Slavery Day

Dal punto di vista delle vittime questo documento permette di denunciare la loro condizione alle forze dell’ordine, compreso il lavoro nella coltivazione di cannabis, senza incorrere in problemi giudiziari.

Questo dovrebbe aiutare a far aumentare i casi di denuncia della condizione di sfruttamento, visto che le persone coinvolte non vanno più incontro a conseguenze giudiziarie. La lotta contro gli sfruttatori, invece, dovrà, dopo questo documento, essere portata avanti in più momenti: maggior controllo del traffico, pene più severe e l’obbligo per società e aziende sopra una certa dimensione di pubblicare ogni anno un resoconto in cui descrivono il loro impegno nella lotta alla schiavitù. Il Modern Slavery Act tuttavia ha subito pesanti critiche dalle organizzazioni in prima linea contro lo sfruttamento, in quanto non sembra un’adeguata risposta al fenomeno e soprattutto il resoconto da parte delle aziende è in fin dei conti solo una formalità.  L’importante nel report è solo la sua effettiva scrittura infatti, per l’azienda è anche sufficiente dire che non fa niente contro la schiavitù e sarebbe comunque in una condizione di piena legalità. Questo non toglie però che il Modern Slavery Act sia il primo documento nel suo genere e si auspica che documenti simili vengano messi in atto anche da altri governi in modo da combattere il fenomeno della schiavitù in modo più efficace.


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Autore: Vanessa Crivellaro

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