Les fleurs du bitume: donne e cultura hip hop per la rivendicazione dei diritti in Tunisia

La fioritura nel cemento o meglio Les fleurs du bitume, vincitore non a caso del Premio storie di voci femminili al Terra di tutti film festival ripercorre il percorso di emancipazione delle donne in Tunisia, soffermandosi sui buchi ancora da riempire di questa strenua battaglia

Le donne tunisine potranno veramente vivere in libertà nel loro futuro? È questa una delle tante domande lasciate aperte dal documentario Bloom in the concrete, in francese Les fleurs du bitume, di Karime Morales e Caroline Périquard.

Presentato domenica 15 ottobre al Terra di Tutti Film Festival 2017 a Bologna, il mediometraggio racconta la storia di tre ragazze tunisine tra i 21 e i 25 anni, che non si conoscono tra di loro ma che sono comunque fortemente legate dalla loro passione per la cultura hip hop e dal bisogno, attraverso questa, di rivendicare i propri diritti.

L’idea di rivolgersi a questo gruppo di donne è nato, per puro caso, dall’interesse delle stesse produttrici per la street art. Un giorno, mentre sfogliavano una rivista, sono rimaste colpite dalla foto di una donna afghana che dipingeva graffiti. È stato dunque questo volto il punto di partenza di un viaggio verso il Nord Africa alla ricerca di altre artiste di strada: partite da Parigi le due produttrici sono così arrivate sino al cuore della Tunisia, in particolare a Sfax e Tunisi.

In questa regione vivono Chaima, Oumena e Shams. Chaima, 21 anni, è una ballerina di hip hop e il suo desiderio è quello di poter coltivare questa passione senza doversi giustificare di continuo o nascondersi per danzare.

Credits photo: Karen production

Shams, 24 anni, è una professoressa di letteratura inglese ma si definisce soprattutto una scrittrice di poemi o poetessa. Pensa di essere una delle persone più libere della Tunisia ma, come lei stessa afferma, questo non corrisponde alla sua visione della libertà, che dovrebbe riguardare tutte le persone attorno a lei.

Credits photo: Karen production

Infine Oumena, 25 anni, ama fare graffiti ma viene spesso giudicata come una vandala, soprattutto quando si scopre che è una donna.

Credits photo: Karen production

Ad emergere sin dall’inizio di Les fluers du bitume è la volontà di decostruire l’immagine dell’artista hip hop per antonomasia, considerato un gangster, un vandalo, di certo non un angelo. Questo fine sembra in qualche modo essere raggiunto se ci si sofferma sui volti e sulle parole utiilizzate dalle protagoniste, donne di una bellezza straordinaria che usano l’arte per far passare messaggi di pace e solidarietà.

Le loro storie sono caratterizzate però soprattutto dal desiderio di abbattere alcuni dei pregiudizi che limitano ancora le donne in Tunisia, nonostante la fantomatica libertà proclamata dall’attuale governo.

A partire dalla questione del velo. Proprio come in Porto il velo adoro i queen, queste donne cercano di dimostrare che non sempre vi è costrizione dietro la decisione di portare il velo. Inoltre in Les fleurs du bitume, questa manifestazione di autonomia di scelta è arricchita dalla contrapposizione tra chi decide di portarlo e chi no. Si nota, ad esempio, che Oumena desidera preservare questo diritto,  mentre Shams afferma esattamente l’opposto: “non mi piace il velo ed è per questo che non lo metto. Io sono tra coloro che si complimentano con le donne che decidono di togliere il velo. È più facile metterlo che toglierlo”.

Una scelta azzeccata, poiché consente alle autrici di far dialogare presente e passato della Tunisia. Prima del 2011, anno della rivoluzione araba, le donne venivano infatti costrette dal governo di Ben Ali a togliere il velo. Tra queste c’era anche la mamma di Oumena che più volte è stata presa con la forza dalla polizia.

Questo ha portato Oumena a cercare di rivendicare il passato di sua madre, decidendo di portare il velp con fierezza. Shams, invece, quasi contrapponendosi, è piuttosto critica verso questo vestiario. La sua decisione è conseguenza del cambiamento avvenuto dopo il 2011. Sotto il nuovo Movimento della Rinascita, subito dopo la rivoluzione araba, la Tunisia si è infatti legata di nuovo a certi valori tradizionali e il velo è tornato ad essere un requisito sociale, motivo per il quale – come afferma Shams – è oggi più facile metterlo che toglierlo. 

Al centro c’è Chaima. Tra le tre donne, è sicuramente quella che esprime maggiormente il terrore di non potersi realizzare in futuro. “Puoi fare delle cose ma queste non portano a nulla” – è questo il pensiero espresso da Chaima, la quale per qualche istante riesce a connettere l’universo maschile con quello femminile. Se è vero che per le donne sia più difficile poter praticare la cultura hip hop, l’impossibilità di realizzarsi in questo campo in Tunisia viene condiviso anche dai suoi amici.

Soffermandosi dunque a riflettere sulla domanda iniziale, la libertà delle donne della Tunisia è sicuramente ancora oggi piena di punti oscuri, ma le cose potrebbero cambiare. Donne come Chaima, Shams e Oumena dimostrano infatti che i valori, i pensieri e di desideri di queste ragazze non sono lontani da quelli di un qualunque coetaneo che vive in Italia o in un altro paese occidentale. Un cambiamento è perciò in atto in Tunisia e un futuro diverso “è possibile solo se si continua a fare qualcosa, influenzare anche solo il 10% della popolazione, in modo che attraverso queste si influenzino quelle successive ancora. È così che le società evolvono” – riprendendo le parole di Oumena.

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Autore: Maria Grazia Sanna


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