Tra l’armeria e il frappuccino: armi da fuoco tra gli USA e l’Europa

Stephen Paddock si trova nella sua camera d’albergo quando uccide l’agente di sicurezza Jesus Campos. Sei minuti dopo, inizia a sparare sulla folla al Route 91 Harvest Festival. 59 morti e 527 feriti. Paddock si uccide con un colpo di pistola prima che la polizia irrompa nella sua camera.

“Oggi il mio cuore è con la gente di Las Vegas e i paramedici. Questa tragica violenza non ha assolutamente posto in America”, afferma il Senatore repubblicano Richard Burr nel suo comunicato stampa successivo alla strage di Las Vegas del 1°ottobre. Un dettaglio che il senatore ha dimenticato di riportare è che riceve fondi dalla più influente lobby statunitense, la National Rifle Association (NRA) per un valore di 6,986,620 dollari, come riporta un articolo de The New York Times. Il Presidente Donald Trump prende tempo, fino al 4 ottobre, per rilasciare una scarna dichiarazione sulla strage.

A seguito della sparatoria, la NRA chiede alla Presidenza di esaminare la possibilità di vietare il commercio del “bump stock”, accessorio in metallo o in plastica che sostituisce lo standard stock del fucile (la parte che poggia sulla spalla del tiratore) e sblocca l’arma, facendola scorrere rapidamente avanti e indietro, sfruttando il rinculo; sembra un tentativo poco efficace di redimersi dalle proprie responsabilità sull’ennesima strage nel Paese, con un numero di morti sempre più alto, e non per mano di un’organizzazione terroristica.

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Alcune delle immagini utilizzate nella strage di Las Vegas in una foto pubblicata su Repubblica

Tra i 23 fucili ritrovati nella camera d’albergo di Paddock, vi sono l’AR-15 e l’AK-47, due semiautomatici, modificati proprio col bump stock, ecco perché molti testimoni affermano di aver confuso, nei primi istanti, il rumore degli spari con quelli dei fuochi d’artificio.
A differenza delle armi automatiche, che sparano finché non finiscono le munizioni o non si rilascia il grilletto (anche più di cento colpi in sette secondi), le armi semiautomatiche sparano un solo colpo ad ogni pressione del grilletto. La differenza sta nel numero potenziale di vittime all’uso di uno o dell’altro tipo di arma.

Chi vuole acquistare un’arma da fuoco può scegliere uno dei 64,747 negozi presenti negli Stati Uniti, come si può vedere nella mappa interattiva “FIREARMS + FRAPPUCCINOS”, che mostra i dati quasi paradossali sulla forte presenza di armerie in tutto il Paese rispetto a Starbucks, con 10,843 negozi, che in questo caso si vede tolto il primato da simbolo degli Stati Uniti.

Al momento dell’acquisto, il venditore effettua un controllo preventivo, detto “background check”, in cui il cliente compila un modulo con i propri dati e risponde a domande che riguardano l’esistenza di precedenti penali, l’uso di farmaci e informazioni sul proprio stato di salute fisica e mentale; il venditore infine contatta l’FBI per un controllo incrociato e in caso di esito positivo vende l’arma al cliente.

«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi.»

Questo è il testo del secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, adottato nel lontano 1791, la cui interpretazione è, di fatto, eccessivamente ampia e non si adatta al progresso fatto nella costruzione di armi da fuoco che oggi possono uccidere decine di persone in pochi secondi.

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Armi da fuoco: quali leggi al di qua dell’Atlantico?

L’Unione Europea ha avanzato, nel corso degli anni, diverse proposte di modifica della direttiva del 1991 sul controllo dell’acquisto e detenzione di armi da fuoco e la sua posizione sulla questione è sì forte, ma non così precisa come dovrebbe: molte lacune e imprecisioni sono segno di un adattamento frettoloso, forse determinato più dalla paura di nuovi attentati che non dalla meticolosità che gli atti dell’UE richiedono.

La direttiva pone diversi obiettivi, tra cui quello di garantire maggior tracciabilità delle armi da fuoco, attraverso la marcatura delle armi e dei loro componenti essenziali; la registrazione delle armi a salve, spesso utilizzate in teatro o televisione, nella stessa categoria dell’arma da fuoco da cui sono state convertite; il possesso di armi di categoria A, classificate come più pericolose, concesso solo su base di una deroga, ad esempio per l’attività sportiva che sia “riconosciuta da una federazione sportiva internazionale di tipo” ufficiale.

La FACE,  European Federation of Associations for Hunting & Conservation, rimarca sin dalle prime modifiche alla direttiva del ’91 che è “sbagliato credere che con l’incremento di norme restrittive sull’uso di armi da caccia e sportive si possa ridurre il traffico illegale di armi da fuoco”, come riportato sul position paper dell’associazione già nel 2013.

La virtù sta nel mezzo

La direttiva rafforza il controllo sui canali ufficiali per l’acquisto di armi da fuoco, ma bisogna fare attenzione che un’eccessiva rigidità delle norme sul controllo di questi canali, non vada a danneggiare soggetti che acquistano le armi per scopi legali, come cacciatori, commercianti e tiratori sportivi, per i quali i controlli sono molto rigidi. Per questo bisogna considerare l’importanza della lotta al mercato nero, canale che la maggior parte dei terroristi sfrutta per l’acquisto di armi da fuoco.

In sostanza, la direttiva neanche cita il commercio illegale delle armi da fuoco, attore importante nel rifornimento di terroristi e criminali. In questo senso, l’obbligo di registrazione delle armi a salve, è positivo e mira a contrastare possibili riconversioni di questo tipo di arma in strumenti letali, come è avvenuto durante l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo nel gennaio del 2015.

Solo nell’articolo 6 della direttiva si fa riferimento al divieto dell’uso e detenzione illegale di armi da fuoco: [Gli Stati membri] provvedono affinché tali armi da fuoco, componenti essenziali e munizioni detenuti illegalmente in violazione di tale divieto siano confiscati.”

Da una parte gli Stati Uniti, con un sistema legislativo troppo permissivo; dall’altra l’Unione europea, con una direttiva sì intransigente, ma non completa.
Quanto davvero sono adeguati questi sistemi e quale tra i due si avvicina ad una risposta efficace alla lotta al terrorismo?

Cristina Piga


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Autore: Cristina Piga

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